Il fattore umano centrale nella business analytics

L’hanno capito per prime le organizzazioni sopra i 500 dipendenti che, stando ad Idc, nei prossimi 12 mesi investiranno nella business analytic: entro il 2015 il mercato dei Big Data varrà 17 miliardi di dollari.

Lungo l’asse che va dall’infrastruttura tecnologica alle soluzioni a supporto delle decisioni aziendali e della comprensione del business non ci sono solo il valore di hardware, software e servizi.

Lo ribadisce Idc che, in occasione della Business Analytics Conference 2012, ha sottolineato l’importanza di una serie di dinamiche in cui la tecnologia ricopre un ruolo importante accanto all’apporto del fattore umano, considerato sempre più centrale.

Da qui a parlare del valore assunto dalla Business analytic, sia a livello mondiale sia locale, in un mercato degli investimenti che risente dell’andamento dell’economia globale il passo e breve e traccia una parabola in cui «a crescere è anche la pressione su risultati e benefici da conseguire per le aziende, che al valore degli investimenti vedono associato sempre di più anche un importante fattore di rischio».

A ribadirlo è Dan Vesset, program vice president, Business Analytics, Idc, che intervenuto all’evento milanese, come primo dato snocciola quei 31 miliardi di dollari che, nel 2011, sono stati spesi in tutto il mondo per acquistare software di Business analytic, riportando un incremento superiore al 14% rispetto all’esercizio precedente.
Non stupisce allora che, sempre secondo Vesset, il 75% delle organizzazioni sopra i 500 dipendenti, abbiano fatto sapere di aver pianificato nei prossimi 12 mesi una spesa in quest’ambito mentre, già in quest’ultimi anni, hanno fatto capolino «vendor sempre più interessati a fare acquisti nel mercato dei piccoli operatori specializzati in analytics e ventur capital che hanno investito oltre 500 milioni di dollari in start up specializzate nei big data».
Non solo.

Dall’Idc Vertical & Communication Survey condotta lo scorso marzo su un campione di 4.177 responsabili It e top manager, “data integration” e “data quality” si confermano le due principali sfide da affrontare nel mercato dell’Information tecnology «che, però – sottolinea Vesset –, dovrà superare un’ulteriore empasse che riguarda una numerica ancora scarsa di personale It con skill sufficientemente appropriati».

Ciò detto, driver di forte intensità, come la necessità di gestire i Big Data e framework come Hadoop, contribuiranno sempre di più a rendere stringente l’adozione di strumenti di business analytic, data warehousing, search & discovery.

Il tutto anche a patto di «realizzare implementazioni incrementali che portino a un business value misurabile in termini di Roi e Tco anche grazie a un’ottimizzazione che passa da innovazione, compliance, security e fraud».

Anche perché, se le stime di Idc sono corrette, il mercato dei Big Data, che oggi vale 6,8 miliardi di dollari, nel 2015 avrà raggiunto e superato quota 16,9 nella medesima unità di misura.

E in Italia?
Da noi i dati evidenziati da Fabio Rizzotto (nella foto) It research director di Idc Italia, non possono, ragionevolmente, avere la stessa dimensione.
«Nel Bel Paese, gli ultimi dati sull’andamento del mercato a valore dell’Information technology parlano di una decrescita attesa entro la fine del 2012 del -1,6% che, anche nel 2013, non mancherà di riportare un’ulteriore, seppur ridotta, sofferenza pari allo -0,4%».

Tuttavia, nello scenario fin qui descritto, le dinamiche nell’ambito del software vedono gli investimenti in tool per la Business intelligence associati a investimenti che, più complessivamente, riguardano il mondo della Business analytic, mostrare tassi di crescita riferiti al 2012 superiori al 4% con una dinamica dei Big Data destinati a macinare un aumento addirittura a doppia cifra (tra il 25 e il 30%) in un mercato piccolo (quello italiano) ma pur sempre significativo della dinamica in atto.

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