Inesorabile la trasformazione nelle professioni Ict

Analisi –

Oltre ai numeri e ai pessimismi, bisogna tenere il passo con un’Information technology in rapida evoluzione. servono aziende pronte a investire in formazione e a mettersi in casa profili in linea con tecnologie mobile, cloud, social e di analytics.

In trasformazione e in rinnovamento”. È questa la definizione del mercato del lavoro Ict utilizzata da Fabio Rizzotto, research director It Idc Italia, in occasione della presentazione dei dati riferiti all’ultimo Osservatorio Assintel sulle competenze nell’Information and communication technology in Italia.

Partendo da un quadro di riferimento che, al primo semestre 2012, consta di 132 mila imprese attive in questo settore, per un totale di circa 612 mila addetti, l’elaborazione Idc su dati Movimprese delinea una dinamica positiva tra realtà nate e aziende cessate dietro la quale si cela, però, un aspetto critico.

«Parte di questa dinamica – conferma Rizzotto – risente, infatti, di processi di fuoriuscita dal mondo del lavoro».
Un dinamismo imprenditoriale “forzato, ma inevitabile che conferma l’andamento già registrato negli scorsi anni e che, nel 2011, ha visto crescere di quasi 4 mila unità (+2,1%) la componente dei cosiddetti lavoratori “indipendenti, comunque in decrescita rispetto al +3,3% registrato nelle variazioni tra il 2009 e il 2010.

Uno sguardo sulle imprese dell’offerta
Pur consapevole del fatto che «non tutte le imprese italiane operano ancora in contesti fortemente impattati dai temi del Mobile, del cloud computing, delle Social platform o delle Business analytics», quella condotta da Idc non poteva non essere anche un’indagine sulla trasformazione dei modelli organizzativi nel mercato Ict portata dai nuovi (e meno nuovi) paradigmi emergenti.

La buona notizia proveniente dal campione qualitativo indagato (259 imprese del settore, di cui circa il 69% appartenenti al segmento sotto i 250 addetti e il 34% con un fatturato inferiore ai 2 milioni di euro annui, per una netta prevalenza del settore dei servizi di consulenza, integration e outsourcing e di referenti ai massimi livelli rispetto ai direttori Hr interpellati negli scorsi anni) parla di realtà che, nella maggior parte dei casi, hanno già effettuato (o dichiarano di avere in corso) investimenti nei nuovi trend tecnologici.

Nel cloud in primis (71,4%), senza dimenticare Big Data e analytics (62,9%), Mobile (60,2%) e Social (59,8%), «a conferma che il settore Ict italiano vuole giocare un ruolo nella trasformazione che ha colto e che vuole far sua».

Le criticità rilevate
Legate ai principali trend del settore Ict le difficoltà riassunte dal campione analizzato parlano di “mancanza di adeguati investimenti in R&d” (40,2%) ma anche di “mancanza di adeguate competenze” (27,4%) nella medesima area, senza dimenticare “inadeguatezza delle infrastrutture tecnologiche a livello nazionale” sottolineata dal 18,5% degli intervistati.

«Sotto accusa – ricorda Rizzotto – non solo il sistema Italia ma il settore Ict in sé» afferma Rizzotto riportando tra gli ulteriori elementi sui quali riflettere: “eccesso di concorrenza a livello locale”, “rischio di cannibalizzazione rispetto all’offering tradizionale” e “difficoltà nell’individuare una value proposition rilevante”.

Fa piacere allora sapere che la volontà di investire in capitale umano, ricerca e sviluppo non manca a ben il 51% di presidenti e direttori generali interrogati sulla tipologia di interventi da realizzare nei trend Ict caratterizzanti la cosiddetta Terza Piattaforma.
Sarà perché solo l’11,6% del campione ritiene che i nuovi trend non impatteranno significativamente sul proprio modello di business, mentre (soprattutto le aziende appartenenti al mondo del software e dei servizi) si aspettano (nel 42,6% dei casi) che la trasformazione avrà impatto su core business e produzione.

Tra alleanze e bisogno di formazione
Così, «in un mercato in cui non tutti possono saper far tutto» l’estensione della propria rete di relazioni (specie con hardware vendor, dealer e Var) non può non subire una qualche modifica per affrontare con cognizione un settore «che tende a convergere – riprende l’analista di Idc – e che è così complesso».
Lo stesso dicasi per la formazione, la cui necessità si differenzia a seconda del o dei trend tecnologico/i di interesse per le diverse aziende, nel 61,4% dei casi convinte, però, che “le competenze acquisite (finora) sono sufficienti per tutte le sfide tecnologiche evidenziate”.

Ancora una volta la chiosa finale è per l’andamento delle tariffe professionali strette tra la crisi economica ancora in atto e i Four Pillars che vanno a sorreggere l’economia intelligente finora descritta (Big data/analytics, cloud, mobility e Social).
Il risultato parla di un ulteriore “giro di vite” sugli investimenti, con una conseguente revisione verso il basso di un trend già negativo in cui le soluzioni di nuova generazione presentano un livello di diffusione e adozione ancora piuttosto ridotto per una contrazione complessiva delle tariffe medie pari al 3% del 2011 sul 2010.
«Un andamento – è la chiosa di speranza – che nei primi 3 mesi di quest’anno ha, però, subito un rallentamento, anche se non è possibile ipotizzare a breve un’inversione di tendenza».

Vale allora la pena di riportare, tra gli altri, il commento a caldo di Stefano Perfetti, a capo, all’interno di A2A, di quella che lui stesso ha definito “tutta la parte di informatica che opera in un contesto fortemente esternalizzato in outsourcing”.

«La tariffa professionale è vecchia di vent’anni – dice -. Quello che cercano realtà come la nostra sono interlocutori in grado di aiutarci a tradurre la loro capacità di usare la tecnologia con una soluzione da proporre poi con successo al nostro cliente interno. Oggi non si vendono più giornate/uomo ma si firmano contratti di servizio normati attraverso Sla che offrono le più stringenti regole in termini di sicurezza, affidabilità e tecnologie a disposizione».

In più serve un approccio metodologico.

«Quattro progetti su dieci, oggi, sono realizzati attraverso un percorso di prototipazione: non abbiamo il tempo, la voglia e non vediamo neanche l’utilità di scrivere specifiche funzionali».

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