Le regole chiave per migrare gli endpoint

Best practice –

Automatizzazione, conoscenza, policy, piano per utenti remoti, attività on e offline e formazione degli utenti, secondo Ivan Renesto di Dell.

Nel mondo ideale la migrazione a un nuovo computer o l’aggiornamento di un sistema operativo dovrebbero sempre essere un’esperienza positiva e non risultare in mancanza di attività per l’utente a causa di backup di file, trasferimenti di documenti o riconfigurazioni.

Accade che non sia così, a causa del numero di postazioni di lavoro da migrare, dei tempi e di variabili legate ai costi che i responsabili It conoscono bene.

Cercando di circoscrivere il problema, ci siamo posti la questione della migliore migrazione dei dati che si desidera, quella fatta importando tutte le impostazioni utente capaci di  garantire una transizione senza intoppi.

Per Ivan Renesto, Enterprise Field Marketing Manager di Dell vi sono molte sfide legate alla migrazione degli endpoint, che si tratti di 20, 1,000 o decine di migliaia.
Una che accomuna la maggior parte delle aziende è l’assenza di visibilità all’interno delle proprie infrastrutture, ovvero l’impossibilità di capire chi debba essere migrato e chi no. Inoltre, è necessario tenere in considerazione esigenze, abitudini, pratiche e tipologie di sistema degli utenti finali.
Ciò richiede una raccolta completa di dati sullo stato e l’utilizzo degli asset supportati.

Secondo Renesto molti amministratori di sistema si basano su metodi di migrazione manuale passando letteralmente da computer a computer per eseguirle.
Questi processi possono essere lunghi, costosi e soggetti a errori e comportare problemi di implementazione e insufficiente follow-up.
E queste mancanze possono influenzare negativamente la produttività dell’utente finale.

Uno dei metodi più efficaci per affrontare la migrazione, secondo Renesto, è di sfruttare una soluzione automatica basata su appliance.
L’automazione consente agli amministratori di pacchettizzare, implementare e configurare velocemente e in modo semplice un gran numero di endpoint in modo coerente, dando luogo a implementazioni affidabili ed economicamente convenienti.

Le tradizionali soluzioni software di installazione del sistema operativo in genere adottano l’approccio del “tutto o niente”. Nel primo caso viene migrato tutto, con un impiego di banda e tempo che riduce notevolmente il numero di sistemi che si possono aggiornare in un giorno. Nel secondo, i sistemi vengono installati manualmente con immagini o script sviluppati internamente.
Questo può comportare perdite di tempo addirittura maggiori, senza garantire che tutte le impostazioni utente e i dati di business vengano trasferiti.

Le best practice per la migrazione

Se da un lato le soluzioni automatizzate possono evitare tutti i fastidi legati ai progetti di migrazione, occorre tenere conto di alcune best practice.

Bisogna fare un inventario di ciò che gli utenti possiedono (sistemi, applicazioni e sistemi operativi). È importante individuare un punto preciso di partenza per pianificare la strategia del passaggio.
Altrettanto importante è garantire che i dati di inventario vengano acquisiti in tempo reale in modo che non siano obsoleti nel momento in cui sarà necessario fare affidamento su di essi per prendere le decisioni.
L’inventario deve essere sufficientemente dettagliato per fornire le informazioni hardware e software necessarie per pianificare la migrazione.

È bene sapere dove si trovano tutti i computer, utenti e uffici remoti, sia fisicamente che sulla topografia della rete.

Una volta stilato l’inventario di tutti i software, impostazioni e tipi di file presenti in azienda, lo sviluppo di una policy di migrazione diventa indispensabile.
Un approccio policy-based non solo migliora la standardizzazione e la conformità, ma semplifica la migrazione, evitando che file e software non supportati vengano trasferiti inutilmente, e mantenendo intatti i dati di singoli utenti e impostazioni.
Queste decisioni sono in grado di ridurre la quantità di larghezza di banda e di tempo impiegati.

Le migrazioni online vengono fatte in anticipo, con il sistema operativo originale (di solito Windows Xp per migrazione a Windows 7) installato e funzionante. Le migrazioni offline vengono invece eseguite quando il computer viene avviato da un altro supporto, come la rete o un disco Usb.
Le migrazioni online permettono di controllare gli errori e rappresentano un ottimo modo per testare i modelli utilizzati per le policy di migrazione.
Quelle offline sono ideali invece per effettuare “capture-deploy-migrate” in un solo passaggio.

Poi, sarà un amministratore di sistema ad avviare la migrazione o istruirà gli utenti su come fare?
Nel primo caso, sarebbe bene identificare un momento preciso per effettuare la migrazione, che sia di minore impatto possibile per gli utenti e il business: la sera tardi o nei fine settimana.
È consigliabile inoltre resistere alla tentazione di migrare tutti gli utenti contemporaneamente e garantire un tempo sufficiente di assestamento tra gruppi di implementazioni.
Se gli enduser hanno avviato la migrazione, è importante assicurarsi che vi sia un’interfaccia centralizzata per la richiesta di pacchetti e servizi software.

Nonostante una migrazione o un aggiornamento di successo, gli end user possono trovare un’interfaccia nuova e sconosciuta e funzionalità poco chiare. È importante quindi prevedere un training, via e-mail, di persona, o attraverso supporto remoto via telefono.

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